Viaggio in Bosnia Erzegovina
10/04/2004– 13/04/2004

Partecipanti al viaggio:
Bruno, Giovanni, Luca, Maria Chiara, Pierino.

Donji Vakuf (referenti Sada e Timka, ass. Anima)
Sabato 10 aprile
Presso il centro dell’Associazione locale “Anima” incontriamo circa 80 famiglie alle quali consegniamo il sostegno a distanza e i doni inviati dall’Italia. Fra i tanti casi difficili segnaliamo quello di Dino (foto a fianco), malato di leucemia, nato nel 1996 che vive con il papà, la mamma e la sorellina Amra. Nel 2000, Dino è stato ricoverato, per dieci mesi, a Bologna; il 4 maggio di questo anno tornerà in Italia per un controllo. Il papà, che prima della guerra lavorava in una fabbrica ora dismessa, svolge lavori saltuari, ma il suo impegno costante è stare vicino a Dino.
Alla sera ci riuniamo a casa di Sada, nostra referente e interprete, per valutare la possibilità di finanziare un nuovo progetto: un corso, della durata di sei mesi, che consentirà a dieci donne di imparare a cucire. Le allieve sono state indiviuduate, tra i casi più in difficoltà della città, dall’Associazione Anima, dalla crocerossa e dal comune. Per loro, al termine del corso, ci sarà la possibilità di essere assunte da una ditta tessile locale che è alla ricerca di nuovi dipendenti che sappiano cucire in modo professionale. Il preventivo del progetto di cui sopra ammonta a 4900 euro e comprende: il materiale necessario (filo, macchine da cucire, ecc...), due stipendi, spese ausiliarie. Abbiamo deciso di impegnarci a raccogliere questa somma, le prossime iniziative di solidarietà che organizzeremo in Italia, in primavera e in estate, andranno ad alimentare questa speranza.

Donji Vakuf-Visoko - Sarajevo
Domenica 11 aprile
Nel primo mattino ci rechiamo alla sede dell’associazione invalidi di Donji Vakuf, questa associazione ha, recentemente, provveduto alla costruzione di un complesso edilizio destinato ai portatori di handicap. Consegnamo loro una sedia a rotelle (foto a sinistra), la seconda donata in questi ultimi tre mesi da una signora di Lu Monferrato; inoltre gli finanziamo l’acquisto di un telefono/fax (180 euro). Durante la missione di dicembre 2003, anche questa realtà è entrata nei nostri pensieri, è nostro desiderio continuare a collaborare con loro, vista la serietà, l’altruismo e l’impegno, che mettono nel loro operato, testimoniato sia dalle cose che fanno sia dalla stima che hanno in loro le persone della città. Restiamo d’accordo che durante la prossima missione ci rivedremo, e che continueremo a collaborare con loro; inoltre, in tale occasione, per garantire la massima trasparenza ai donatori italiani, dovranno consegnarci la ricevuta relativa all’acquisto del fax. A Visoko incontriamo Hanka, mamma di un ragazzo schizofrenico, Svetlana, ragazza che soffre di epilessia, Muharem Osmanagic, bambino sano e allegro. Muharem è molto povero, le condizioni in cui lui, i suoi due fratelli e i suoi genitori sono costretti a vivere rappresentano la realtà dura, il fardello pesante, postumo alla guerra, che cerca di schiacciare chiunque, ogni giorno, voglia reagire, vivere e sperare in un futuro migliore per i propri figli. "Bit ce bolje" sono solerti a ripetere i nostri amici bosniaci. "Sì, andrà meglio" rispondiamo noi, con tanta emozione e ammirazione.
I lavori di costruzione del piano terra di “casa Osmanagic” sono terminati e i muratori, cioè il papà, i parenti, gli amici, sono visibilmente soddisfatti e felici, ma non ci si ferma: il lavoro continua! (foto a destra) Il papà di Muharem ci ha dato le ricevute di tutte le spese che ha potuto sostenere grazie all’ultimo contributo consegnatogli a dicembre; noi gli abbiamo lasciato la terza rata, di 1.000 euro, per il completamento dei lavori.

Ripartiamo, a Iljas incontriamo Adnan (foto a sinistra), ragazzo intelligente e vivace, con seri problemi motori, circondato dal grande amore dei suoi genitori, i quali lo seguono con straordinaria competenza e tenacia; il papà è il suo primo infermiere e fisioterapista, lo accompagna e lo segue costantemente in tutti gli spostamenti, a scuola, di aula in aula (mancano infrastrutture adatte a chi ha problemi di deambulazione), così Adnan può frequentare, con ottimi risultati (ha i voti massimi in quasi tutte le materie), la scuola “normale” e non quella “speciale”.
Nuovamente in marcia; a Vogosca incontriamo Mirza e a Sarajevo tutti gli altri nostri amici inseriti nel progetto di sostegno: Marko, Nela, Jasmin, le gemelle Emina ed Edina, Muamer, Larisa.

Alla sera ceniamo con Sakib, direttore del Mjedenica, con nostro grande sollievo vediamo che sta bene e non ha nessuna intenzione di andare in pensione! Ha già ripreso a lavorare. Gli consegnamo 700 euro, questa somma servirà a coprire le spese, per i prossimi due anni, per l’acquisto e l’approvvigionamento del materiale necessario alla lavorazione del legno. In più occasioni abbiamo apprezzato la qualità dei lavori prodotti dai ragazzi dell’istituto. I laboratori e le relative attività di artigianato aumentano sensibilmente la qualità della vita dei ragazzi. Parliamo a lungo anche con Ana, lei ci racconta delle attività e degli incontri che organizza e guida con i ragazzi che soffrono di ritardo mentale e con i loro genitori. Ana è in pensione, per il lavoro che svolge le diamo noi un piccolo stipendio di 100 euro mensili.

Jaice (referente Semka, ass. Viktoria 99)
Lunedì 12 aprile
Alle 10.00 del mattino giungiamo al centro dell’associazione Viktoria 99 di Jaice. L’accoglienza è festosa, oltre a noi, è presente un gruppo di volontari della chiesa evangelica, il quale prima mette in scena uno spettacolo di clowneria (foto a destra) e dopo si unisce a noi incontrando, una alla volta, tutte le 30 famiglie. La condizione di vita in Jaice è dura, ogni incontro, ogni dialogo con queste persone che aiutiamo è intenso e commovente. Un incontro struggente: Adnan (foto sotto), ragazzo nel pieno dell’adoloscenza (nato nel 1988), a cinque anni, subì un intervento al cuore, da quel momento la salute andò sempre migliorando: la scuola, le corse, le partite di basket, ma, purtroppo, qualche settimana fa, a scuola, per due volte, sviene; il suo cuore non funziona bene, i medici gli vietano di correre, di giocare a basket. Ora la paura è tanta, Adnan è forte, cerca di trasmettere serenità, ma i suoi occhi, gonfi, bagnati, lo tradiscono. La mamma è distrutta, in famiglia sono solo loro due e vivono in condizioni di estrema povertà: prima della guerra, la mamma, Emina, lavorava come commessa in un negozio, ma ora è disoccupata. Non hanno alcuna entrata economica. Fra pochi giorni Adnan avrà un controllo in ospedale, se riusciremo a raccogliere sufficienti fondi gli rimborseremo le visite, le terapie, e tutte le spese che dovrà sostenere per potersi curare a dovere.

Mentre incontriamo le famiglie arriva un giornalista locale che vuole intervistarci e portarci alla radio di Jaice per una diretta. Decliniamo l’invito alla radio, gli spieghiamo che al termine degli incontri presso il centro, vogliamo sia andare a trovare Ivana, una ragazza paraplegica che non è potuta venire al centro, sia incontrare Larisa, una bambina nata nel 1995 che inseriremo nel progetto di adozione a distanza..
Siamo contenti, però, di rispondere alle sue domande. Al termine dell’intervista, restiamo d’accordo che ci farà avere la fotocopia dell’articolo che pubblicherà e che continuerà a seguire il nostro operato in Jaice; noi gli lasciamo i nostri recapiti, l’indirizzo email e l’url (www.sieonlus.org) del nuovo sito dell’associazione.
Dopo aver incontrato tutte le famiglie veniamo invitati dal Sindaco a pranzo, accettiamo. Il Sindaco ci dimostra la sua gratitudine e la sua stima, ma a fatica nasconde il suo disagio, certamente sarebbe molto più contento se le persone di Jaice non avessero bisogno di ricevere aiuti, ma la strada da fare è ancora tanta prima che questa città torni ad essere quello che era prima della guerra.

Bugojno
Martedì 13 aprile
Ci rechiamo presso l’ospedale di Bugojno, entriamo, percorriamo l’atrio, i corridoi ordinati e puliti, passiamo da una sala d’attesa; sono molti i pazienti che aspettano il loro turno per una visita ambulatoriale, fra loro, vediamo Dino, è con suo papà, li salutiamo, notiamo che il bambino è teso e agitato. "Ha sempre paura, quando è in ospedale", ci dice in italiano il papà. Vicino al reparto di pediatria, ormai arredato e pronto all’inaugurazione, entriamo negli uffici e incontriamo il dirigente medico, la pediatra, un altro medico e la segretaria. Ci mostrano i preventivi della cucina, gli lasciamo la somma di 1500 euro per coprire le spese.

Usciti dall’ospedale andiamo a casa delle ultime due famiglie inserite nel progetto di sostegno. Alle 10 siamo pronti per ripartire per l’Italia, ci attende un viaggio di rientro più stancante del solito: a causa dell’alluvione e di alcune frane saremo costretti a scegliere strade alternative e più lunghe.